
Fuoco. Elemento complesso: sole, immortalità e trasformazione. Rispecchia la mia complessità strutturale. Sono la macchina modellata intorno a me: milioni di poligoni e speranze. Analizzo possibili vie di fuga. No, non è un gioco correre a nascondersi, non è affatto divertente rimettersi in discussione in modo convulso. Perché ti senti bruciare dentro, capisci? Dormi poco o nulla. È il 2011 e fuori, barcolla moribonda l’estate, sorretta da quattro giovani, stupidi berretti con la visiera e sotto poco o nulla.
Incendiare immondizia libera incenso.
Fuoco, dicevo. Metto a fuoco la mappa delle uscite di sicurezza dell’edificio grande come tutta la realtà. Ingrandisco fino a vedermi: Tu sei qui. Al centro di un cosmo elettronico, geometrico, ottimizzato. Il primo decennio del Duemila è passato veloce come una particella del CERN. Infine sono riusciti a creare il buco nero del domani. La mia pelle intanto comincia a cadere. Chiazze morte di me sul pavimento come pezzi di lettere strappate, piene di sentimenti e di promesse a me stesso. La mutazione inizia sempre dall’esterno, perché sia visibile a tutti, perché tutti si accorgano finalmente del nuovo-già-morto che avanza. E dove sono stati finora? Dove erano posati i loro sguardi? Prima era diverso, prima era tutto invisibile. Il tutto si è lasciato scorrere davanti agli occhi come Eurostar che attraversano la stazioncina del paese: chi non è finito sotto le ruote ha sentito solo il fischio e lo spostamento d’aria, tenendosi stretto la borsa. Ecco, vorrei spalancare le mie braccia e abbracciarvi tutti ma la carne si sfalda, tendini e muscoli si sfilacciano portando alla luce il metallo. Ora mi specchio perfetto sul freddo delle cose che mi circondano, sulla loro totale mancanza di spirito, sul loro profilo tagliente come una lama di ceramica.
Togli le mie braccia dal fuoco. Sentile. Sono fredde.
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