venerdì 3 aprile 2009

L'Algoritmo Bianco di Dario Tonani (Urania 1544)


"Abbandono, squallore, morte, putrefazione". L'Algoritmo Bianco di Dario Tonani è un romanzo che non concede ossigeno. Pagine intense di contaminazioni e contaminati. Mi ha fatto tornare in mente un vecchio slogan usato dalla Editrice Synergon per i suoi testi cyberpunk: più "punk che cyber" o più cyber che punk": nel caso di questo romanzo potremmo inventarci "più cyber e più punk". In effetti l'equilibrio fra decandenza urbana e nuove tecnologie rimane costante per tutto il romanzo. Molte sono le invenzioni sull'uno e sull'altro fronte.
Nessun futuro per nessuno, comunque: solo tempo presente, stagnante, malato di quotidianità notturne, appendici infette, residui ectoplasmatici di una modernità "pulita", invisibile, partita da tempo verso nuovi lidi, comunque lontanissimi. Su tutto, impera l'informazione-consumo che si nutre avidamente di "escrementi" umanoidi e delle loro vite in perenne fuga.

La penìa di ossigeno torna prepotente nella seconda parte dell'Algoritmo Bianco. Aria irrespirabile. Ancora l'attualità di un terrore informatico che affonda nella quotidianità ma sa spingersi oltre, fino a minacciare la componente biologica dell'esistenza. Ed ecco che il virus, dopo una prima transizione da mina biologica a mina informatica, torna ad appropriarsi della sua originaria "fisicità".


"Forse era l'agoverso stesso che gli palpitava contro il petto, gli premeva sul cuore facendolo boccheggiare di paura. Forse era lì sotto, nella terra, anziché nell'etere come aveva sempre immaginato. Inalò il suo profumo di humus. "

"Picta muore!" rivendica subito una dimensione "terranea". L'esperienza "virale" torna biologica, "off-line". Malattia e panacea (ma mai cura efficace e miracolosa) si fondono, si con-fondono, limitano il loro rispettivo territorio, circoscrivono il loro campo d'azione. E' "urina" di sopravvivenza che segna i confini fra aria rarefatta dell'Informazione e asfissia dell'identità umana.

Nel complesso il romanzo è formidabile nel "mantenere in vita" certa tradizione del cyberpunk italiano ma, sia ben inteso, non come un accanimento terapeutico bensì come discesa ulteriore nell'abisso ineluttabile di un futuro che è già presente.

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